Le migrazioni fondamento dell’idea di Europa

1890-1914

In questo periodo sono prevalenti le migrazioni transoceaniche. Gli USA esercitano una forte attrazione, a causa delle maggiori possibilità di occupazione lavorativa. I paesi di provenienza dei migranti sono prevalentemente quelli dell’Europa meridionale ed orientale. Le cause delle migrazioni sono:

– il tramonto dell’agricoltura tradizionale;

– la crisi agraria europea iniziata negli anni Settanta dell’Ottocento;

– l’industrializzazione;

– l’aumento della pressione demografica e l’abbondanza di manodopera;

– gli squilibri economici interni ai vari paesi.

La maggior parte dei migranti è costituita da manovalanza generica (molti migranti svolsero un ruolo importante o addirittura decisivo nello sviluppo agricolo e industriale dei paesi di accoglienza).

In questo periodo è importante il flusso migratorio degli ebrei, provenienti soprattutto dall’Europa orientale. Tra il 1880 e il 1914, circa un milione e mezzo di ebrei si sposta verso gli USA; circa mezzo milione si sposta verso il Canada, il Sud America, la Palestina o verso altri paesi europei (flusso migratorio degli ebrei dalla Russia).

Già In occasione di tali flussi migratori si verifica il fenomeno delle speculazioni legate al traffico di migranti costretti a viaggiare in pessime condizioni.

Gli effetti di tali migrazioni sono:

– la crescita economica del paese d’origine grazie alle rimesse dei soggetti emigrati;

– la riduzione della pressione demografica;

– la riduzione delle tensioni sociali e politiche (migrano molti anarchici e socialisti anche se, in alcuni casi, sono gli stessi paesi d’accoglienza  ad etichettare l’emigrante come anarchico);

– i paesi d’accoglienza come gli USA moltiplicano la loro composizione etnica;

– gli immigrati, una volta giunti nei paesi d’accoglienza, producono un effetto di calmiere salariale  (l’immissione di forza – lavoro modifica, infatti, il rapporto domanda – offerta nel mercato del lavoro).

Primo dopoguerra

In questo periodo le migrazioni prevalenti sono quelle dirette dal Sud dell’Europa verso i paesi del Nord. E’ presente anche una percentuale minore di spostamenti con destinazione extra-europea (soprattutto dalla Francia e dalla Germania).

Secondo dopoguerra (dal ’45 al ’65 circa)

In questo periodo si riscontra una varia tipologia di flussi. Ci sono:

– spostamenti interni all’Europa in seguito alle variazioni di confine sancite dai trattati di pace;

– ritorni in patria dei coloni in seguito alla decolonizzazione;

– spostamenti della popolazione nativa verso la madre patria;

– migrazioni di rifugiati e chiedenti asilo (in seguito all’invasione dell’Ungheria nel ’56 e della Cecoslovacchia nel ’68);

– spostamenti limitati di personale specializzato ed altamente qualificato (in questo caso l’arrivo di immigrati è ben accolto dai paesi di destinazione perché si tratta di soggetti dalla facile integrazione culturale);

– migrazioni interne all’Europa verso paesi più industrializzati (si tratta di spostamenti da Sud a Nord).

In Italia, nel periodo 1951-1971, si verifica un fenomeno migratorio interno nella direzione Sud- Nord , di cui sono causa  la disoccupazione e l’attrazione esercitata dalle aree industrializzate (queste migrazioni si collocano all’interno della massima applicazione del modello fordista nelle grandi fabbriche).

Il flusso relativo all’ultima tipologia di migrazioni citata è in gran parte legato alle esigenze della restaurazione post-bellica. Esso è incentivato dalla richiesta di forza – lavoro da parte dei paesi più industrializzati, che devono far fronte alla carenza di manodopera  derivante dalla bassa natalità degli anni ’30.

Nei paesi di accoglienza inoltre, l’arrivo di nuova manodopera è in molti casi gradita, perché essa favorisce una mobilità ascensionale dei lavoratori nativi. Altro motivo dell’atteggiamento positivo nei confronti degli immigrati da parte dei datori di lavoro dei paesi di destinazione consiste nel calmiere salariale rappresentato dai lavoratori stranieri: per le imprese si tratta di avere a disposizione una riserva di manodopera a basso costo.

Dalla fine degli anni ’70 ad oggi

In questo periodo, si verifica il fenomeno dell’immigrazione extra-europea : tutti i paesi europei (anche quelli del Sud, quali Italia, Spagna, Grecia..) divengono paesi di destinazione dei flussi migratori.

Nelle migrazioni attuali sembrano prevalenti i fattori espulsivi ; esse infatti sono frutto di dinamiche interne ai paesi economicamente periferici: l’aumento della pressione demografica, le cattive condizioni di vita delle popolazioni, la presenza di regimi dittatoriali e di politiche economiche sbagliate.

Sono tuttavia presenti anche fattori di attrazione:

– un forte differenziale retributivo fra i paesi in via di sviluppo e i paesi a sviluppo più avanzato;

– la richiesta di manodopera immigrata per rimediare al calo della popolazione in grado di produrre, causata dalla crescita zero e dall’invecchiamento della popolazione;

– il bisogno di manodopera flessibile , precaria e non garantita (ciò spiega perché l’inserimento degli immigrati avvenga non più nelle grandi e medie industrie, ma nelle piccole industrie e nel terziario a bassa qualificazione, con ridotta tutela sindacale e giuridica ).

In questa fase delle migrazioni, si verifica il fenomeno della “socializzazione anticipatoria, cioè della conoscenza preventiva del paese in cui si vuole emigrare, grazie alla rivoluzione dell’informazione che, insieme alla globalizzazione dei mercati e al crollo del comunismo dell’Est è da considerare una delle principali cause dell’aumento dell’attrazione per L’Europa, avvenuto negli ultimi dieci anni.

Il flusso migratorio di questo periodo è,principalmente, il risultato di squilibri economici conseguenti alla crisi petrolifera del 1973 e ai processi di ristrutturazione. La crisi petrolifera si verifica perché negli anni ’70 i paesi arabi intendono ridefinire i rapporti con l’Occidente: essi vogliono stabilire prezzi e modalità per l’approvvigionamento di petrolio, dal momento che sono in grado anche di imporsi sul piano militare. In Europa (ma non solo) lievitano i prezzi in conseguenza di tale presa di posizione del mondo arabo. L’aumento dei prezzi e della disoccupazione determina la decisione di limitare l’ingresso agli stranieri. Con le frontiere chiuse, gli immigrati sono posti dinanzi a due alternative:restare o tornare. Chi non è ancora partito si dirige o verso i paesi orientali produttori di petrolio (paesi del Golfo) o verso i paesi del Sud Europa (Italia,Spagna..). I paesi del Golfo diventano meta di flussi migratori, perchè registrano un alto fabbisogno di tecnici e di manovali per gli impianti petroliferi e quindi sono in grado di assorbire manodopera estera ( lo saranno fino a metà anni ’80). I paesi del Sud – Europa divengono mete possibili, perché sono sempre stati esclusivamente paesi di transito per flussi migratori diretti verso mercati francesi o tedeschi e perciò non hanno ancora avvertito la necessità di chiudere le frontiere.

Ma la crisi petrolifera non è che l’ultimo atto di una crisi legata all’estinguersi della spinta al progresso iniziata con la ricostruzione post-bellica. I proventi degli industriali, esaurita l’ondata di progresso, incominciano a ridursi anche perché, nel corso degli anni ’60, il mondo operaio aveva raggiunto conquiste importanti ed aveva acquisito una maggiore forza contrattuale. Dinanzi a tale problema il mondo dell’industria risponde con l’avvio di un processo di ristrutturazione e di decentramento: si tenta di trasferire alcune unità produttive in paesi nei quali è presente una manodopera a bassissimo costo (spesso si tratta di paesi con i quali in precedenza sono stati instaurati rapporti di tipo coloniale). Nei casi in cui non è possibile realizzare l’esportazione di impianti, si ricorre a manodopera straniera, spesso irregolare e proveniente dall’America meridionale o anche da zone asiatiche molto lontane.

Gli emigranti di quest’ultima fase partono anche senza avere la certezza di un posto di lavoro. Nei paesi di arrivo la forza – lavoro immigrata svolge prevalentemente una funzione di riequilibrio qualitativo, riempiendo i vuoti relativi ad alcuni comparti lavorativi.

Per quanto riguarda l’Italia, l’Europa orientale, l’area mediterranea e le regioni di immigrazione prossime ad essa forniscono poco più della metà di tutta la presenza straniera proveniente da un paese non sviluppato ; il resto è composto da immigrati provenienti dall’America Latina, dall’Africa sub-sahariana e dall’Estremo Oriente.

La grande varietà delle provenienze, unita al fatto che i singoli paesi d’origine (specie quelli del Terzo Mondo)sono realtà tutt’altro che omogenee, ha determinato la nascita di una vera e propria congerie di lingue, religioni, culture e gruppi etnici, rendendo molto complessa la gestione del processo di inserimento degli immigrati, per l’impossibilità di ridurre ad un unicum l’universo del fenomeno. Queste differenze potrebbero però rivelarsi un motivo di arricchimento, se opportunamente valorizzate.

Altra caratteristica dei flussi migratori che merita di essere presa in considerazione è la composizione per sesso delle collettività immigrate. La novità rappresentata dalla femminilizzazione di alcune correnti migratorie appare con tutta evidenza proprio nel caso italiano: comunità decisamente al femminile sono quelle capoverdiana, etiope, somala, filippina, latino – americana (43 maschi solo 100 femmine).

L’esistenza di flussi in cui l’elemento trainante del processo migratorio è costituito dalle donne rappresenta un importante fattore di novità nel settore migratorio: è un elemento che dimostra la duttilità delle strutture familiari di molti paesi di migrazione nella scelta di proprie strategie; esso, però, è anche un fenomeno che merita particolare attenzione nella realizzazione di interventi pubblici in materia di immigrazione; infatti la frequente presenza di figli accanto alle donne immigrate esige provvedimenti molto diversi rispetto a quelli richiesti dall’immigrazione al maschile.

Se vogliamo caratterizzare l’epoca moderna, possiamo dire che appaiono nello scenario mondiale paesi e popoli rimasti estranei e isolati. Emergono poli economici e politici extra – europei, si riduce l’egemonia dell’Europa alla ricerca di una nuova attività e connotazione, si accresce la dimensione magmatica del Terzo Mondo. A fronte di tutto ciò, si rileva la presenza di due tendenze:

– quella volta ad uniformare ed inglobare le spinte centrifughe, mirando a far penetrare in tutto il mondo il modello di vita consumistico prodotto dalla civiltà post-industriale;

– la tendenza a difendere valori e culture ristrette e sedimentate, in opposizione all’avanzante globalismo.

Stiamo assistendo ad un processo che comporta nuove tensioni e che apre un duro confronto nelle diverse società, nella misura in cui si affermano alcuni fenomeni come:

1- il ruolo di guida degli USA e del loro modello economico, culturale e sociale;

2- il processo di interdipendenza e globalizzazione;

3- il riemergere in molte etnie e comunità locali di un’identità propria (sociale, linguistica, religiosa e talvolta politica, come nella spinta al separatismo e all’indipendenza);

4-la polarizzazione di un numero crescente di affamati e diseredati che configura una complessa società multietnica, al cui interno trovano terreno fertile il razzismo, l’intolleranza e il disagio socio-culturale.

Nella considerazione di tale varietà di fenomeni, si comprende come la questione delle minoranze integrate abbia assunto un’importanza cruciale, sia nel dibattito politico sia come tema di interesse sociale e scientifico. Se in campo politico – istituzionale si discute come regolare i flussi di immigrazione, in campo sociale le politiche di sostegno riguardano la questione dell’istruzione, il sostegno all’occupazione, i problemi relativi all’assistenza socio – culturale e l’associazionismo. La guerra del Golfo, lo sconvolgimento geo – politico nell’Europa dell’Est, la caduta del muro di Berlino, lo scontro etnico in Jugoslavia sono avvenimenti che sconvolgono non solo l’opinione pubblica, ma ancor più gli addetti ai lavori come i geografi. Ciò non solo perché si sta ridisegnando in tutta fretta la nuova carta d’Europa, ma anche perché bisogna leggere il fenomeno nuovo che si accompagna a questi cambiamenti: la difficile coesistenza, entro il nuovo quadro geografico delle nuove realtà demografiche e culturali.

L’unificazione, e l’intercomunicabilità del mondo moderno, che ha annullato, per mezzo della televisione, tutte le distanze, stanno comportando una trasformazione epocale e straordinaria che tuttavia stenta ad eliminare gli squilibri tradizionali. I ricchi continuano ad essere ricchi, i poveri ad essere poveri, ma con la differenza che questa contrapposizione esiste tra popoli che si trovano a pochi chilometri di distanza. L’Albania è un caso emblematico perché i suoi abitanti ricevono la nostra televisione, ma hanno un reddito pro capite che è 1/20 di quello italiano. Inoltre queste popolazioni albanesi non sono più coperte da un velo d’ignoranza, ma hanno notizie veloci e trasparenti. C’è stata una corsa di un sistema di interdipendenza mondiale che ha spinto i popoli a confrontarsi dinamicamente e con volontà crescente. Ora il divario tra ricchezza e povertà è destinato ad accrescersi. Siamo di fronte al sesto continente come qualcuno lo ha chiamato: esso deriva da un movimento che va dai paesi della fame a quelli della ricchezza. Una migrazione di proporzioni immense, simile a quella che un secolo fa riempì l’America di europei. I paesi europei diventeranno sempre più multirazziali. Ma la società multietnica continua ad esprimere violenza e discriminazione sorrette da ignoranza e incultura.

Distribuzione territoriale degli immigrati (situazione italiana)

I grandi agglomerati urbani conservano tutt’oggi una capacità di richiamo notevole, anche se gli immigrati non trovano più facilmente lavoro In parte essi vengono occupati nei posti di livello medio e alto delle imprese, ma in misura più cospicua nei servizi domestici e nell’ambito della ristorazione, del commercio e degli altri comparti dei servizi. Complessivamente le province delle due maggiori città italiane, Roma e Milano, raccolgono 1/3 della presenza straniera del paese; così l’operatore pubblico si trova a dover affrontare i problemi più vistosi nei grandi centri, soprattutto in relazione al disagio sociale già presente nelle zone più degradate delle realtà urbane(zone più degradate che spesso diventano aree di insediamento e di aggregazione della popolazione immigrata).

I problemi sono aggravati dal fatto che l’immigrazione irregolare è più diffusa nei centri più grandi, sia per le maggiori possibilità di occupazione, sia per il minore controllo sociale rispetto ai centri più piccoli. Nel caso italiano l’immigrazione ha interessato anche i centri urbani di dimensioni medie e piccole, sia perché i fattori di attrazione delle aree metropolitane sono il risultato di deficienze strutturali comuni a tutto il paese (carenza di assistenza ai minori e agli anziani), sia perché una struttura urbana e produttiva, articolata e decentrata come la nostra, tende più a distribuire i fenomeni sul territorio che a concentrarli su aree delimitate. Le stesse aree rurali non sono rimaste escluse dall’immigrazione, anzi l’agricoltura è uno dei settori dell’economia in cui il lavoro straniero è utilizzato sia nelle occupazioni gravose sia in quelle a carattere stagionale. D’altra parte la frammentazione dei fattori attrattivi ha spinto gli immigrati a ricercare sul territorio le proprie nicchie di insediamento.

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